Un brano di “Argento vivo” al passato remoto

Marco Malvaldi nel suo romanzo Argento vivo (Sellerio Editore, 2013) fa la scelta di raccontare al tempo passato remoto dell’indicativo, e descrivere o generalizzare all’indicativo presente, come abbiamo precedentemente detto.
Abbiamo infatti già riportato l’incipit del libro per leggere qualche pagina all’indicativo presente in italiano. Riportiamo invece qui di seguito un altro brano del libro scritto al tempo passato remoto (sempre del modo indicativo), coi verbi messi in evidenza in grassetto. Buona lettura!

Carlo si fermò e prese un altro sorso. Poi un altro, vuotando il bicchiere in modo lento, ma deciso. Posato il calice, continuò:
– La prima volta che mi sono fatto questa domanda è stato nel 1960, quando, insieme a mio fratello e ad altri personaggi che ora non ci sono più, andai ad ascoltare Herbert von Karajan. Programma della serata, in quel caso, i Concerti Brandeburghesi. Johann, Sebastian, Bach.
Carlo guardò l’uditorio. Rapiti. Come me, del resto.
– Il maestro entrò, ieratico come sempre, sotto gli applausi. Quindi, voltatosi verso l’orchestra, alzò la bacchetta, ottenendo il silenzio; un attimo di silenzio di durata incredibilmente lunga. In quell’attimo, feci in tempo a notare che il primo violino aveva in mano uno strumento che sembrava lievemente più piccolo degli altri. Poi la musica arrivò e il mondo visivo, semplicemete, scomparve.
Carlo si fermò, e incominciò a riempirsi il bicchiere. Mentre il vino scorreva dalla bottiglia, Carlo chiese:
– Sapete come i latini chiamavano il mercurio?
Eccoci. Una delle specialità di Carlo: la parentesi. O, come la chiama lui, digressione esplicativa. A sentire lui, necessaria; se volete il mio parere, irritante.
– Lo chiamavano hydrargyrum, argento liquido – disse Carlo, muovendo il fluido nel bicchiere con un moto rotatorio, quasi ipnotico. Ecco perché nella tavola periodica ha quellq sigla strana, acca-gi. In realtà, però, secondo Plinio, l’argento liquido era quello che si otteneva artificialmente, con un lungo procedimento, a partire dal lavaggio delle sabbie alluvionali; quello che si otteneva dal cinabro naturale, il buon vecchio Plinio lo chiamava argento vivo -. Carlo stese il braccio, ostendendo il bicchiere. – Ecco, la musica di Bach è esattamente questo. Argento vivo.
Carlo posò il bicchiere, senza aver bevuto.
[…]
(pp. 200-202)

argento vivo

argento vivo

Indicativo presente, una pagina di “Argento vivo”

Argento vivo

Argento vivo, Marco Malvaldi, Sellerio 2013

 Argento vivo è un romanzo italiano pubblicato nel 2013 dallo scrittore Marco Malvaldi. Malvaldi è un chimico italiano che nel 2007 comincia a pubblicare romanzi e racconti; è noto soprattutto per la serie Bar Lume e per i racconti “in giallo”. Malvaldi è tradotto anche in altre lingue, come l’inglese e il francese.

Le prime pagine del romanzo Argento vivo rappresentano un esempio letterario dell’uso dell’indicativo presente. Per il resto, il romanzo è scritto quasi interamente al passato remoto.
Riportiamo qui di seguito le primissime pagine di Argento vivo con la maggior parte dei verbi all’indicativo presente messi in evidenza in grassetto. Buona lettura!

Argento vivo, Marco Malvaldi, Sellerio 2013.

< Inizio

Il significato di una telefonata dipende molto dall’ora in cui arriva.
Il telefono che squilla di mattina presto di solito annuncia imprevisti: a volte fastidiosi, come madri svegliatesi con l’influenza e che quindi non possono trasformarsi in nonne per andare a prendere il nipotino all’asilo, a volte graditi (non me ne viene in mente nessuno), ma pur sempre imprevisti.
Nel corso della mattinata le telefonate in entrata hanno vari significati, quasi tutti connessi alla parola “lavoro”: riunioni da organizzare, progetti da chiudere, fatture da saldare e via così. All’ora di pranzo, invece, il cellulare squilla pressoché sempre per motivi organizzativi di tipo familiare: se torni a pranzo passa a prendere il pane, se invece ti fermi al lavoro lo prendi stasera all’Esselunga, così compri anche la carta igienica e il mangiapolvere, grazie.
Nel corso del pomeriggio, il prodotto del genio di Meucci ci disturba per motivi eterogenei e non precisamente sistematizzabili, ma spesso riservati alla sfera personale: partite di calcetto in cui tappare un buco, amanti il cui marito (o moglie) è rimasto bloccato dalla neve a Bologna (o Frosinone, è raro ma può succedere), eccetera, eccetera. Va detto che, nel ventunesimo secolo, tali comunicazioni attinenti alla sfera del privato giungono ormai sotto forma di SMS e sono usualmente fruibili solo per il destinatario. Per natura, infatti, tali messaggi sono scritti in modo volontariamente criptico, e nascondono sempre un sottinteso che all’osservatore esterno sfugge: a volte il mistero si nasconde nel linguaggio (“OK allr csvd 7 all std ;)”), mentre altre volte l’ignoto riguarda la connessione mittente-contenuto (quando un messaggio come “a Bologna continua a nevicare… ho messo le mutandine di pizzo… arriva da qualcuno che in rubica appare come “Studio Geom. Benazzi”, è chiaro che una persona nota esclusivamente al destinatario lo sta aspettando in un luogo dicreto per una bella trombatina, e non è né la moglie né il geometra Benazzi).
Molto più facile è invece stabilire il significato di una telefonata che arriva tra le otto e le nove di sera; qualsiasi notizia che l’interlocutore ritenga necessario comunicarvi all’ora di cena, mentre state arrotolando il meritato bucatino, è quasi sicuramente una rottura di coglioni. Altrettanto facile interpretare il motivo di una chiamata nel cuore della notte: può annunciare un nipote che è nato, ma è molto più probabile che vi avvisi di un congiunto che è morto.
In sostanza il momento della giornata in cui capita più spesso di parlare di cose piacevoli al telefono è il dopocena: il momento in cui si sentono gli amici per decidere che film andare a vedere, o in che locale andare a fare due chiacchiere, oppure si riceve una lunga e piacevole telefonata da persone che non vediamo da parecchio, e che stanno lontano, e con cui vorremmo tanto passare un po’ di tempo come si deve. Come quando ti telefona un figlio che studia all’estero.
[…]

(pp. 15-17)