Italiani all’estero

Gli italiani partono, lasciano l’Italia per tentare la sorte altrove, ne emigrano ormai innumerevoli. Di conseguenza pare si sia creata una spaccatura interna (l’ennesima) alla società italiana, tra coloro che partono e coloro che restano. Ma non solo: il fenomeno sta spopolando su tutti i giornali (e soprattutto sui loro blog), è diventato un fatto sociale; e lì l’opinione (i “commenti”) si è polarizzata verso i due estremi: chi vuole vendere il mito della vita all’estero come un sogno, e chi vuole vederci piuttosto un incubo.

Ma il tema è davvero nuovo?

Il mio trisavolo paterno è, nella nostra famiglia come nel nostro villaggio, leggenda. Non ci sono sopravvissuti che l’abbiamo conosciuto, eppure in molti conoscono la sua storia. Pare sia immigrato negli Stati uniti ancora nel XIX secolo, ma che poi sia tornato; e quando è tornato non ha raccontato il lungo viaggio da incubo sull’oceano, i mille problemi affrontati per entrare nel paese, integrarsi, lavorare; no, ha solo mostrato la sua giacca, l’unica cosa, a quanto pare, che sembra fosse riuscito a comprarsi in America. Siccome la giacca era americana, esagerando un po’ la definiva “di ferro”. “Giacca di ferro” è stato il soprannome locale dato alla mia famiglia per decenni, com’è usanza nel villaggio.

Questa è una storia vera? O si tratta forse di una delle tante storie sul sogno americano?

Frutta e verdura gigante, dal film "Nuovomondo"

Frutta e verdura gigante, dal film “Nuovomondo”

Il mio nonno paterno invece non è mai emigrato; di posti lontani ne ha visti comunque, perché ha fatto la guerra, la seconda. Quando ero molto piccola gli piaceva parlarmi dell’Albania, della Grecia, di com’erano lì, dall’altra parte del mare, il clima e il paesaggio; mi raccontava di cosa mangiava insieme ai suoi commilitoni, della gente che li aveva aiutati, e in cambio di cosa… Mio nonno mi parlava anche dei piccoli piaceri che riusciva a trovare ogni tanto, come un po’ di tabacco da fumare e un po’ di compagnia.

Con mio padre la famiglia ha cambiato soprannome, perché la storia della giacca di ferro (io mi sono fatta l’idea che fosse di jeans) diventava troppo vecchia, sfocata, irreale. Non si emigrava più in America, così lontano; ora, dopo le guerre, si poteva emigrare vicino, in Europa. Mio padre infatti era andato in Svizzera, per studiacchiare di sera e lavorare di giorno.

Prima o poi tutti ritornano, e anche mio padre è tornato al paese. Al suo ritorno ha ritrovato mia madre, conosciuta bambina. Nel frattempo lei era cresciuta, ma suo padre (di lei) era ancora lontano.
Infatti il mio nonno materno è partito per rincorrere la fortuna il giorno dopo le sue nozze. Mentre lui passava, per ben trent’anni, dalla Norvegia al Belgio, dalla Francia alla Svizzera, i suoi due figli (concepiti durante le feste e nati in sua assenza) crescevano con mia nonna; ma questa è un’altra storia.

Il fratello di mia madre non ha resistito molto nemmeno lui e, appena diciottenne, si è imbarcato per mari e poi oceani…

Tutte queste persone della mia famiglia sono scappate dalla miseria, dalla povertà, o almeno dalla difficoltà. Hanno rincorso un mito, una leggenda, una speranza; che fossero mere illusioni non lo si può dire, perché quando sono tornati al villaggio la casa se la sono comprata, oppure l’hanno costruita, e grossa, che si potesse vedere da ovunque, come quelle dei medici e degli avvocati.

Se non fossero mai partiti sarebbe stato diverso? Come si può rispondere a questa domanda?

La mia generazione se ne va per altri motivi: per il gusto di viaggiare, di conoscere, di sperimentare; e poi sì, anche per pagare meno tasse, guadagnare di più, sposare una ragazza alta bionda occhi azzurri. E questa generazione non ritorna più semplicemente perché non vuole tornare, perché oggi si può viaggiare in aereo e raggiungere “casa” (l’una o l’altra) per poche decine di euro, in qualche ora.
Ma forse anch’io ora, a forza di relativizzare, corro il rischio di generalizzare.

Nemmeno io sono un cervello fuggito, io sono partita per passione. All’inizio è stato per rincorrere l’amore, un ragazzo straniero; poi per inventarmi un lavoro: insegnante d’italiano per stranieri. Alla fine si è trattato della passione per le culture straniere, per il piacere di vivere nuove sfide e avventure, per appagare l’Ulisse che è in ognuno di noi.
Durante il viaggio ho conosciuto molti italiani, partiti per ragioni diversissime, il cui elenco sarebbe infinito; e con mio grande piacere ho trovato un po’ d’Italia ovunque.

Rwanda – Italia?

Dopo le esperienze come insegnante d’italiano qua e là in Europa (Italia, Austria, Belgio, Francia), la mia vita ha avuto nel 2013 una svolta decisiva, portandomi a seguire la pedagogia in francese (una delle tre lingue nazionali insieme all’inglese e al kinyarwanda) presso la scuola Ahazaza di Muhanga, in Rwanda, nel cuore dell’Africa.

La scuola Ahazaza a Muhanga, Rwanda

La scuola Ahazaza a Muhanga, Rwanda

A mia grande sorpresa anche in Rwanda è possibile insegnare l’italiano e parlare dell’Italia. Innanzitutto i ruandesi seguono molto la politica internazionale, e quindi anche quella italiana, informatissimi fin nei dettagli dell’attualità.
In secondo luogo le diaspore del 1959 e del 1990-’94 hanno portato i ruandesi a rifugiarsi ovunque nel mondo, e quindi anche in Italia; come conseguenza adesso abbiamo matrimoni misti italo-ruandesi e alcuni ruandesi cercano, per esempio, di produrre in Rwanda il formaggio all’italiana. Trattandosi di un paese in piena riforma e in via di sviluppo è logico poi che molti italiani cerchino di investire in Rwanda e produrvi business, soprattutto nel campo della ristorazione e del turismo. In ultimo, ma non meno importante, ci sono famiglie italiane, come i Costa e i Puggia, presenti in Rwanda da tantissime generazioni.

I luoghi prediletti dell’italianità restano comunque le missioni religiose italiane. Dopo il genocidio i seminari italiani hanno accolto tantissimi orfani, dando loro prima un’istruzione, poi un lavoro. L’istruzione è stata impartita in italiano, latino e francese, quindi una nuova generazione di 25enni parla attualmente italiano in Rwanda. Nelle librerie dizionari e metodi per imparare l’italiano vengono subito dopo l’inglese e lo swahili.

Di tutto questo potenziale l’Italia forse non si è ancora accorta, tranne per quanto riguarda le associazioni religiose e volontarie e un paio di centinaia di italiani installatisi in Rwanda. Ma chissà cosa ci porterà il futuro…

Continua…

La lingua d’òc

Non dialetto ma lingua, non sparita ma ben viva, l’Occitano è l’espressione di una cultura, una letteratura, una civilizzazione chiave per la storia della Francia e dell’Europa intera.

Come il francese, l’italiano, il castigliano, il portoghese, il rumeno e il catalano, l’occitano deriva dal latino ed è parlato nel sud della Francia, nel nord Italia e in Catalogna. A sua volta è suddiviso in diverse varietà, come il provenzale e il guascone, o il limosino.

Lingua degli antichi trovatori, ha diffuso la cultura e tessuto legami intellettuali nell’Europa medievale fin dal XII secolo. Portatrice di valori culturali quali la condivisione, il pacifismo e la tolleranza, può arricchire la nostra visione del mondo e della storia, nonché l’apertura verso altre culture.

Ma la vera forza dell’occitano oggi può trovarsi proprio nel bilinguismo, perché chi parla occitano parla anche francese, o spagnolo, o italiano. Grazie al bilinguismo è possibile fare una riflessione metalinguistica e sviluppare precocemente il plurilinguismo, ovvero imparare con più facilità e naturalezza altre lingue straniere, compreso l’inglese.

La famiglia linguistica

Dopo gli ultimi nove mesi trascorsi in Francia, ma a Castres, in terra occitana (regione Midi-Pyrénées), mi è chiaro più che mai il senso della celebre citazione attribuita a Goethe “chi non conosce una lingua straniera non conosce nemmeno la propria”.
Di certo Goethe non voleva offendere nessuno che parli solo la lingua madre, voleva piuttosto esprimere il concetto che chi parla un’altra lingua raggiunge una maggiore consapevolezza anche della propria, per contrasto o complementarietà.

Qui in Occitania ho potuto comparare e “completare” la mia lingua madre, l’italiano, con due lingue cosiddette sorelle: il francese, la lingua d’oil, e l’occitano, la lingua d’oc o antico provenzale. Solo in questa zona geografica e linguistica ho potuto sperimentare dal vivo la praticità di un’interlingua e della famiglia linguistica. Grazie alla parentela, alla vicinanza, tra occitano, italiano, castigliano e catalano tra loro, è possibile risolvere l’atavico problema della torre di Babele: ognuno può parlare la propria lingua ed essere compreso dai parlanti le altre lingue (per non aggiungere i vari dialetti, più o meno prossimi).

Dopo aver lavorato durante questi ultimi mesi in una scuola occitana, la Calandreta Castresa, nel sud della Francia, non ho più bisogno, per fare un esempio, della parafrasi per spiegare e spiegarmi la Divina Commedia. Quando nel primo canto dell’Inferno Virgilio risponde (o meglio racconta di aver risposto) a Beatrice “più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento” è facile capire il vero significato che la parola talento assume qui per Dante Alighieri passando dall’occitano fame, quindi desiderio. Lo stesso vale per l’uso impersonale che Dante fa del verbo tardare (es.: “Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga”, Inferno, Canto IX), che è ancora usato in francese (es.: “il me tarde de partir en vacances”) col significato di sembrare tardi, non vedere l’ora, avere fretta.

Come per incanto l’apprendimento dell’occitano va ad arricchire la mia conoscenza del francese e la comprensione dell’italiano stesso, la lingua quotidiana va ad arricchire quella letteraria, e il tutto avviene in maniera spontanea e naturale, senza confusioni tra le varie lingue della stessa e antica famiglia linguistica.

 

Che cos'è l'occitano?

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Il caffè

Cosa pensi quando pensi all’Italia? Uno dei simboli dell’Italia che viene subito in mente è il caffè, e prima o poi ogni italiano all’estero parlerà del caffè, ogni straniero in Italia citerà la peculiarità italiana del rito del caffè, ogni libro o corso d’italiano affronterà l’argomento caffè.

Proprio questo è successo un paio di settimane fa a Lee Marshall, giornalista britannico italiano d’adozione, poiché da quasi trent’anni vive in Umbria. Del 5 luglio 2012 è il suo articolo per il settimanale “Internazionale” dal titolo “Un cappuccino corretto”, nel quale il giornalista racconta la sua esperienza con il rito del caffè in Italia e all’estero.

Nel suo articolo Marshall parla delle infinite declinazioni del caffè all’italiana e del rispetto per i desideri del cliente nel servirgli un caffè in Italia.

Infatti, ammettiamolo, miscele di caffè di ottima qualità si trovano ormai in tutto il mondo, soprattutto nel sud (pensiamo all’America Latina), come ditte e marchi di qualità non sono riservati solo all’Italia. Anche il rito del caffè pare non essere peculiare solo da noi; ogni buon austriaco, per esempio, è convinto che il caffè sia la bevanda nazionale, simbolo dell’Austria, e l’usanza di passare una o due ore al bar a leggere i giornali consumando un solo caffè sia una delle massime dimostrazioni di libertà e democrazia.

Eppure, fuori dall’Austria, il binomio Italia-caffè è intramontabile, oggi più forte che mai, simbolo di qualità e anche cultura. Solo in Italia non fa stupore se si ordina un caffè che non è presente nel menu, se lo si vuole personalizzato (appunto alto, lungo, corto, macchiato freddo o caldo, espresso o ristretto, corretto o allungato, schiumato o con la cremina, alla tazza o al vetro, ecc.), se non si chiede la marca ma ci si fida del gestore, se se ne trangugiano cinque al giorno di fretta o se se ne assapora uno lentamente in compagnia. Solo in Italia non fa stupore se si lascia un euro in più sul bancone, per pagare (offrire) il caffè al cliente successivo, magari un perfetto sconosciuto.

Perché l’Italia trema

Molti stranieri interessati alla cultura italiana e più in generale all’Italia, così come anche molti italiani, si staranno chiedendo in questi giorni di fine maggio 2012 perché l’Italia trema: è un evento unico per l’Italia? qual è l’entità del pericolo?

Secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia in Italia si verificano dei terremoti praticamente ogni giorno, di magnitudo tra 2 e 3 punti e dalla durata inferiore, in media, ai 30 secondi. Quasi ogni anno sul territorio italiano abbiamo un terremoto di maggiore rilevanza, cioè superiore a 3 punti di magnitudo e di maggior durata. I terremoti più forti in Italia hanno superato 7 punti di magnitudo, qualche minuto di durata e un’area di grande estensione in km. In media l’Italia ha conosciuto quest’ultimo tipo di terremoti quasi ogni secolo, e in alcuni casi più volte nell’arco del medesimo secolo.

Con questo non si vuole dire che l’Italia sia un paese pericoloso; ma solo che, come molte altre zone del mondo quali le isole oceaniche, il Giappone e la costa occidentale degli Stati Uniti, è soggetta a sismi.
Quindi l’Italia trema a causa di movimenti terrestri, a causa della sua conformazione naturale, a causa della sua posizione.

Questi fenomeni fisici sono ben conosciuti dagli scienziati, e già da tempo; è per questo che in Italia ci sono leggi – che purtroppo non sono state sempre rispettate nel corso del tempo, prima per ignoranza, in seguito per corruzione – per costruire case e infrastrutture a prova di sisma. Per le stesse ragioni gli italiani rifiutano da anni di costruire centrali nucleari sul suolo italiano.

Ovviamente non è possibile evitare il verificarsi di fenomeni naturali quali i terremoti. Eppure è possibile ridurne i danni e le vittime se si rispettano le modalità di costruzione antisismiche, se si seguono i piani regolaroti urbani, se non si eccede con gli interventi artificiali sul paesaggio naturale (scavi, trivellamenti, deviazioni del corso dei fiumi, disboscamento, ecc.).

 

Riflettiamo insieme:

- Si verificano terremoti nel tuo paese di origine?
– Ti sei mai trovato in Italia durante un terremoto?
– Credi che l’uomo, grazie alle moderne e avanzate tecnologie, possa controllare gli effetti del terremoto?
– Quali altri tipi di catastrofi naturali conosci?
– Qual è il ruolo degli esseri umani nelle catastrofi naturali?


L’apparenza inganna?

“L’apparenza inganna.”
“L’abito non fa il monaco.”
Sono alcuni tra i proverbi e detti più famosi d’Italia.
Eppure pare che gli italiani e le italiane prestino attenzione all’apparenza sempre di più, al contrario di quanto affermano i proverbi. Il 24 aprile 2012 “The Economist” ha pubblicato una classifica sull’aumento della chirurgia plastica (invasiva e non) nel mondo. Secondo i risultati, sebbene il numero più elevato di interventi venga realizzato negli Stati Uniti (o in Brasile, Cina, India e Giappone), se si guarda alla proporzione con la popolazione l’Italia è al terzo posto, dopo Corea del sud e Grecia.

 

http://www.economist.com/blogs/graphicdetail/2012/04/daily-chart-13

Il grafico mette in evidenza quanto gli italiani facciano attenzione all’apparenza, soprattutto per quanto riguarda la pelle, i capelli, il viso e, per quanto riguarda le donne, il seno. Mentre sembra che per gli italiani sia meno importante o necessarrio intervenire chirurgicamente sulla massa grassa.
Del resto l’Italia è famosa nel mondo per il “made in Italy”, per i suoi stilisti e artisti della moda e del buon gusto nel vestire e, di conseguenza, nell’apparire. Oltre che sulla passerella, anche nel quotidiano gli italiani sono un punto di riferimento per chi vuole vestirsi con gusto e apparire sempre bello ed elegante.
In generale gli italiani restano quindi degli esteti, come vuole la tradizione; e inoltre oggi sfruttano i progressi della medicina e della tecnologia per apparire anche in forma e sempre giovani.
Il mito della giovinezza, e di conseguenza dell’edonismo, ha pure una lunga tradizione in italia. Già nel XV secolo Lorenzo De’ Medici (che proprio bello non era…) “cantava”:

“Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto sia:
del doman non v’è certezza.”

Sembra quindi che ci siano due visioni del mondo e della vita contrastanti, o complementari, nell’animo degli italiani: da un lato il gusto per il bello e l’amore per i piaceri della vita, che aiutano a vivere con leggerezza e gioia. Dall’altro lato si avverte però la consapevolezza di quanto tutto questo sia solo un’apparenza, che nasconde in profondità molto altro.

Come appaiono gli italiani?

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La settimana della cultura

La Reggia di Caserta

La settimana della cultura è un evento promosso dal Ministero  per i Beni e le Attività Culturali per avvicinare italiani, stranieri e turisti all’arte e alla cultura italiana.

Quest’anno la settimana della cultura è alla sua XIV edizione e prevede quasi 3500 eventi tra visite, mostre, laboratori didattici e spettacoli, e tutto è gratuito.

La settimana della cultura interesserà musei, biblioteche, palazzi, siti archeologici e culturali vari, dal 14 al 22 aprile 2012.

Ma quanti sono, tra famosi e meno famosi, i musei in Italia? Quanti sono i palazzi storici, le ville, le certose? Quanti siti archeologici possiamo contare sul territorio italiano? Quante sono in tutto le nostre chiese, o le più rilevanti dal punto di vista artistico e architettonico? Quale stima possiamo fare dei monumenti italiani e come possiamo classificarli?

Approfittando della settimana della cultura potremo rispondere a queste e altre domande, perché per nove giorni potremo visitare luoghi d’arte e di cultura classici e famosi in tutto il mondo; ma potremo anche scoprire luoghi d’arte meno turistici e affollati, piccole pietre preziose nel mosaico d’arte e cultura esteso su tutto il territorio italiano.

I percorsi che si possono realizzare sono tantissimi e ogni volta originali: si può scegliere una regione e percorrerla alla scoperta delle sue città e dei suoi angoli d’arte, oppure si possono preferire i nuovi allestimenti e le mostre più recenti.
Qui vogliamo approfittare per proporre un percorso sui passi dell’Euro, alla scoperta delle opere d’arte che sono state scelte dagli Italiani per rappresentare il loro paese sulla moneta europea: il Castel del Monte a Andria, la Mole Antonelliana a Torino, il Colosseo a Roma, la Nascita di Venere di Botticelli, le Forme uniche della continuità nello spazio di Boccioni, la Piazza del Campidoglio di Michelangelo, l’Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci, il Parnaso di Raffaello.

Siti utili:

www.beniculturali.it

 

Mafia e gioco d’azzardo

Ieri, 15 marzo 2012, AlJazeera ha pubblicato un video sul rapporto tra Mafia e gioco d’azzardo in Italia.
Il video dimostra l’interesse del mondo intero sull’argomento mafia sotto tutti i suoi aspetti; nel caso specifico si tratta di una sintesi di interviste e inchieste sui profitti che la Mafia ricava oggi anche dal gioco d’azzardo.
Il titolo della pubblicazione in inglese, lingua originale, è:

 

 

Il video è disponibile anche su Youtube:

 

 

Secondo le inchieste, mentre il resto dell’economia italiana è in crisi, il mercato del gioco d’azzardo è in crescita. Ci sono infatti almeno 80 mila italiani che soffrono di dipendenza dal gioco d’azzardo, e il mercato del gioco d’azzardo italiano è il primo in Europa, il terzo nel mondo intero.
Si tratta di un mercato di miliardi di euro per i casinò e per il governo, ma anche per la mafia. Infatti, si stima che oggi il mercato del gioco d’azzardo frutti alla criminalità organizzata più di quello della prostituzione.
Purtroppo si ritiene anche che il fenomeno sia fuori controllo.

In Italia il gioco d'azzardo

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La cucina italiana

In un articolo di qualche giorno fa Sara Jenkins, chef a New York, si è domandata cosa c’è di autentico nella cucina italiana, e se questa autenticità abbia davvero importanza: “In Italian food, what’s authentic and does it really even matter?”

Nella sua rubrica su “The Atlantic”, quotidiano di Washington, Sara Jenkins ci spiega che molti degli ingredienti usati nella cucina italiana provengono da altre parti del mondo, come il mais, i pomodori e le patate dalle Americhe, e che cambiano nel tempo; oggi infatti anche gli chef italiani introducono le orientali salsa di soia e salsa di pesce nei loro piatti. Questo punto di vista renderebbe le immancabili salsa di pomodoro e polenta non autentiche?

Secondo la Jenkins non è questione di autenticità o meno, ma di evoluzione dei gusti e, di conseguenza, delle ricette; la chef newyorkese attribuisce questa evoluzione alle migrazioni, al mercato globale e all’influenza dei media; ma anche all’odierna disponibilità di praticamente tutti gli ingredienti in molte parti del mondo, e al ritorno sulle nostre tavole di vecchie ricette sotto l’aspetto di nuove mode.

La questione di fondo resta: i pomodori e le patate non sono originari del territorio italiano, ma non è forse in Italia che sono stati felicemente sposati con altri ingredienti dando vita a piatti e ricette irrinunciabili e unici? E non è forse quando si è ben sicuri delle proprie basi che si può osare con nuove ricette, all’insegna della creatività e dell’immaginazione?

Domande retoriche… ;)



La cucina italiana è autentica?

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