Risorse gratuite per l’italiano in rete

Perché parlare di risorse gratuiti per l’italiano in rete? Perché offrono un modo pratico, economico, comodo e leggero per imparare l’italiano, oppure per immergersi nella cultura (quella della letteratura, del teatro) italiana.

Infatti Internet abbonda di siti per insegnare / imparare l’italiano online. Ne esistono in italiano e in molte altre lingue, si trovano dei canali youtube e simili (come AlboTheMinstrel, il tutor più amato dai francofoni), siti più o meno ufficiali (come quelli della RAI: Cultura  per i contenuti, Educational per il corso d’italiano; oppure della BBC), gratis o a pagamento (Icon offre anche formazioni e lauree “on the net”). I supporti possono essere vari: video, corsi di conversazione via Skype, file di esercizi, giochi – esistono ormai varie applicazioni -, pagine web sulla teoria e la grammatica, dizionari e traduttori… Anche i siti internet delle case editrici (come Alma Edizioni) condividono alcuni contenuti gratuitamente. La scelta è varia, ce n’è per tutti i gusti e livelli.

Per quanto riguarda il mondo dei MOOC, l’itliano non è ancora molto presente (pochi sono i mooc in lingua italiana, pochissimi quelli per imparare l’italiano, rispetto ad altre lingue) eppure c’è: su Nettuno, Edx, Class Central, Future Learn, ecc., è possibile seguire dei corsi d’italiano, perlopiù in inglese.

La letteratura, i libri, sono ben rappresentati da Liber Liber e da Ad Alta Voce.
Liber Liber, il progetto Aldo Manuzio, offre il libro libero in diversi formati (html, pdf, epub, audiolibro…), gratis o al prezzo simbolico di 50 centesimi di euro circa.
Sul sito di Ad Alta Voce di RaiRadio3 ” i classici della letteratura” sono “letti da grandi attori” in italiano.

Non ci resta che augurarvi un buon ascolto, buona lettura, un buon corso d’italiano!

Risorse online

Risorse online

 

Italove

Emmanelle, Italove

Emmanuelle_Italove

Italove, Emmanuelle, 2016

Emmanuelle, nata in Brasile, a Rio, e cresciuta a Miami, fa musica elettronica un po’ pop (dance pop) tra Milano, Londra e altre capitali europee.
Emmanuelle di solito canta in inglese, ma, grazie al suo amore per la musica e la lingua italiana, nel maggio 2016 si cimenta con un brano in italiano. Nasce cosi ITALOVE, prodotta dalla belga DEEWEE col numero 015 (come si vede anche nel video della canzone, si tratta di vinile).
“Italove” entra nel quotidiano degli europei, soprattutto dei francesi, perché trasmessa in luoghi pubblici come i centri commerciali, e non solo sulle piste da ballo notturne.

Ecco il testo di “Italove”:

TI HO CHIAMATO PER DIRTI CHE / TI AMO /
NON SEI ROMANTICA / MA TUTTO BRILLA / TUTTO SCINTILLA
NON SI RESPIRA / CHE ARIA MAGNIFICA
CHE COSA FANTASTICA / LA TELEFONATA
SONO INNAMORATA / MALATA PER TE
NON CAPISCO PIÙ NIENTE / NON VEDO PIÙ LA GENTE
E NON FA NIENTE / LE STELLE SONO SEMPRE PIÙ BELLE
E TUTTO BRILLA / E TUTTO SCINTILLA
NON SEI ROMANTICA / MA QUESTO / QUESTO è L’AMORE (X3)
E NON FA NIENTE
[…]
è TUTTO BLU / CI PIACE DI PIÙ
[…]
IL SOLE RADIANTE / IL CORPO è FULMINANTE
EBBENE SIA L’AMORE / NON VOGLIO LA CURA
NON SEI ROMANTICA (X2) / DI QUESTO NE SONO SICURA
NON SEI ROMANTICA
è PURA POESIA / E SIA QUEL CHE SIA
è TUTTO BLU, CI PIACE DI PIÙ (X2)
E QUANDO LA NOTTE SCENDE SU DI ME
IO PENSO A TE / E TUTTO GIRA (X2)

Emmanuelle ha una buona pronuncia, a parte qualche difficoltà con le doppie, difficoltà condivisa dai francofoni.
Il testo di “Italove” non ha quasi nessun significato per un italiano; forse parla di qualcuno che è innamorato, visto che parole come “amo”, “innamorata”, “amore”, “romantica” sono ricorrenti.
Al di là di una mancanza di significato generale, nella canzone sembra siano presenti le frasi italiane più famose – e stereotipate -, che ogni straniero ha sentito almeno una volta e potrebbe capire: “ti amo”, “sono innamorata”, “che cosa fantastica”, “questo è l’amore”, “non fa niente”, “ci piace”, “penso a te”… Non solo, il testo della canzone sembra citare parole e frasi celebri della musica e del cinema italiani e ricomporli insieme quasi a voler ricreare un testo con un suo significato proprio. Ascoltando “Italove”, puro elenco di frasi fatte, è obbligatorio pensare a canzoni quali “Nel blu dipinto di blu”, “Ti amo”, “Romantica”, “La cura”, “Non fa niente”, “Penso a te”, ecc. Pura coincidenza oppure omaggio alla musica italiana?
“Malata per te” e “il sole radiante” sono frasi che suonano male in italiano e ci sembrano davvero strane, ma probabilmente subiscono l’influenza della lingua d’origine di Emmanuelle, il portoghese.
Infine qualche parola sul titolo, abbastanza trasparente: è ovviamente un composto originale tra la radice ITA (Italia, italiano) e la parola inglese LOVE.

Corsi d’italiano 2017: Lorena, Francia

Corsi d’italiano, individuali e in piccoli gruppi, sono proposti per il 2017.
Corsi di ogni livello, conversazione in italiano, corsi sulla lingua e la cultura italiana.
Corsi a domicilio, dell’alunno o del professore, a Pont-à-Mousson e dintorni (anche verso Nancy e Metz, al massimo a 30′ da Pont-à-Mousson).
A partire da 15 euro/ora + IVA + rimborso chilometrico.

La resa del congiuntivo

Una delle sfide più grandi durante i corsi d’italiano a stranieri (ma direi anche a madrelingua) è di far accettare, e quindi applicare, l’uso del congiuntivo nelle frasi oggettive. Mi spiego meglio.

Noi insegnanti passiamo ore a ripetere che dopo i verbi di volontà, desiderio, opinione, timore e simili, “ci vuole” il congiuntivo.
Non si dice: <<pensa che la corruzione è estremamente diffusa nel suo paese>>, ma si dice: <<pensa che la corruzione sia estremamente diffusa nel suo paese>> perché il verbo d’opinione pensare è seguito, secondo la regola, dal congiuntivo.
Non si dice: <<ritiene che è aumentata negli ultimi anni>>; si dice invece: <<ritiene che sia aumentata negli ultimi anni>> perché il verbo d’opinione ritenere è seguito, come da regola, dal congiuntivo.

Il congiuntivo

Cosa succede quando, dopo che noi insegnanti ci siamo sgolati per anni a ripetere la regola e abbiamo consumato delle penne rosse a correggere gli errori scritti, i nostri alunni leggono le seguenti frasi in un articolo pubblicato da un giornale nazionale?
<<il 76 per cento degli europei pensa che la corruzione è estremamente diffusa nel suo paese, e il 56 per cento ritiene che è aumentata negli ultimi anni>> (Internazionale del 3 febbraio 2014, La corruzione costa 120 miliardi all’anno, secondo paragrafo).

Ebbene, forse noi insegnanti dovremmo arrenderci e smettere di lottare per il congiuntivo, visto che il congiuntivo stesso si è arreso. D’altronde, Trifone e Palermo nella loro Grammatica italiana di base ne fanno una questione di stile: << negli usi informali si ricorre frequentemente all’indicativo al posto del congiuntivo >> (p. 205); l’uso dell’indicativo in questi casi non è più stigmatizzato, ma giustificato come informale.

Già in altre lingue (innanzitutto il francese) prima che in italiano si è verificata la resa del congiuntivo, insieme ad altre semplificazioni e omologazioni d’uso, senza che questo significasse perdere tutta la loro ricchezza sintattica e semantica. Prevediamo lo stesso destino per l’italiano?

 

Cosa pensi dell'uso del congiuntivo in italiano?

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Italiani all’estero

Gli italiani partono, lasciano l’Italia per tentare la sorte altrove, ne emigrano ormai innumerevoli. Di conseguenza pare si sia creata una spaccatura interna (l’ennesima) alla società italiana, tra coloro che partono e coloro che restano. Ma non solo: il fenomeno sta spopolando su tutti i giornali (e soprattutto sui loro blog), è diventato un fatto sociale; e lì l’opinione (i “commenti”) si è polarizzata verso i due estremi: chi vuole vendere il mito della vita all’estero come un sogno, e chi vuole vederci piuttosto un incubo.

Ma il tema è davvero nuovo?

Il mio trisavolo paterno è, nella nostra famiglia come nel nostro villaggio, leggenda. Non ci sono sopravvissuti che l’abbiamo conosciuto, eppure in molti conoscono la sua storia. Pare sia immigrato negli Stati uniti ancora nel XIX secolo, ma che poi sia tornato; e quando è tornato non ha raccontato il lungo viaggio da incubo sull’oceano, i mille problemi affrontati per entrare nel paese, integrarsi, lavorare; no, ha solo mostrato la sua giacca, l’unica cosa, a quanto pare, che sembra fosse riuscito a comprarsi in America. Siccome la giacca era americana, esagerando un po’ la definiva “di ferro”. “Giacca di ferro” è stato il soprannome locale dato alla mia famiglia per decenni, com’è usanza nel villaggio.

Questa è una storia vera? O si tratta forse di una delle tante storie sul sogno americano?

Frutta e verdura gigante, dal film "Nuovomondo"

Frutta e verdura gigante, dal film “Nuovomondo”

Il mio nonno paterno invece non è mai emigrato; di posti lontani ne ha visti comunque, perché ha fatto la guerra, la seconda. Quando ero molto piccola gli piaceva parlarmi dell’Albania, della Grecia, di com’erano lì, dall’altra parte del mare, il clima e il paesaggio; mi raccontava di cosa mangiava insieme ai suoi commilitoni, della gente che li aveva aiutati, e in cambio di cosa… Mio nonno mi parlava anche dei piccoli piaceri che riusciva a trovare ogni tanto, come un po’ di tabacco da fumare e un po’ di compagnia.

Con mio padre la famiglia ha cambiato soprannome, perché la storia della giacca di ferro (io mi sono fatta l’idea che fosse di jeans) diventava troppo vecchia, sfocata, irreale. Non si emigrava più in America, così lontano; ora, dopo le guerre, si poteva emigrare vicino, in Europa. Mio padre infatti era andato in Svizzera, per studiacchiare di sera e lavorare di giorno.

Prima o poi tutti ritornano, e anche mio padre è tornato al paese. Al suo ritorno ha ritrovato mia madre, conosciuta bambina. Nel frattempo lei era cresciuta, ma suo padre (di lei) era ancora lontano.
Infatti il mio nonno materno è partito per rincorrere la fortuna il giorno dopo le sue nozze. Mentre lui passava, per ben trent’anni, dalla Norvegia al Belgio, dalla Francia alla Svizzera, i suoi due figli (concepiti durante le feste e nati in sua assenza) crescevano con mia nonna; ma questa è un’altra storia.

Il fratello di mia madre non ha resistito molto nemmeno lui e, appena diciottenne, si è imbarcato per mari e poi oceani…

Tutte queste persone della mia famiglia sono scappate dalla miseria, dalla povertà, o almeno dalla difficoltà. Hanno rincorso un mito, una leggenda, una speranza; che fossero mere illusioni non lo si può dire, perché quando sono tornati al villaggio la casa se la sono comprata, oppure l’hanno costruita, e grossa, che si potesse vedere da ovunque, come quelle dei medici e degli avvocati.

Se non fossero mai partiti sarebbe stato diverso? Come si può rispondere a questa domanda?

La mia generazione se ne va per altri motivi: per il gusto di viaggiare, di conoscere, di sperimentare; e poi sì, anche per pagare meno tasse, guadagnare di più, sposare una ragazza alta bionda occhi azzurri. E questa generazione non ritorna più semplicemente perché non vuole tornare, perché oggi si può viaggiare in aereo e raggiungere “casa” (l’una o l’altra) per poche decine di euro, in qualche ora.
Ma forse anch’io ora, a forza di relativizzare, corro il rischio di generalizzare.

Nemmeno io sono un cervello fuggito, io sono partita per passione. All’inizio è stato per rincorrere l’amore, un ragazzo straniero; poi per inventarmi un lavoro: insegnante d’italiano per stranieri. Alla fine si è trattato della passione per le culture straniere, per il piacere di vivere nuove sfide e avventure, per appagare l’Ulisse che è in ognuno di noi.
Durante il viaggio ho conosciuto molti italiani, partiti per ragioni diversissime, il cui elenco sarebbe infinito; e con mio grande piacere ho trovato un po’ d’Italia ovunque.

Rwanda – Italia?

Dopo le esperienze come insegnante d’italiano qua e là in Europa (Italia, Austria, Belgio, Francia), la mia vita ha avuto nel 2013 una svolta decisiva, portandomi a seguire la pedagogia in francese (una delle tre lingue nazionali insieme all’inglese e al kinyarwanda) presso la scuola Ahazaza di Muhanga, in Rwanda, nel cuore dell’Africa.

La scuola Ahazaza a Muhanga, Rwanda

La scuola Ahazaza a Muhanga, Rwanda

A mia grande sorpresa anche in Rwanda è possibile insegnare l’italiano e parlare dell’Italia. Innanzitutto i ruandesi seguono molto la politica internazionale, e quindi anche quella italiana, informatissimi fin nei dettagli dell’attualità.
In secondo luogo le diaspore del 1959 e del 1990-’94 hanno portato i ruandesi a rifugiarsi ovunque nel mondo, e quindi anche in Italia; come conseguenza adesso abbiamo matrimoni misti italo-ruandesi e alcuni ruandesi cercano, per esempio, di produrre in Rwanda il formaggio all’italiana. Trattandosi di un paese in piena riforma e in via di sviluppo è logico poi che molti italiani cerchino di investire in Rwanda e produrvi business, soprattutto nel campo della ristorazione e del turismo. In ultimo, ma non meno importante, ci sono famiglie italiane, come i Costa e i Puggia, presenti in Rwanda da tantissime generazioni.

I luoghi prediletti dell’italianità restano comunque le missioni religiose italiane. Dopo il genocidio i seminari italiani hanno accolto tantissimi orfani, dando loro prima un’istruzione, poi un lavoro. L’istruzione è stata impartita in italiano, latino e francese, quindi una nuova generazione di 25enni parla attualmente italiano in Rwanda. Nelle librerie dizionari e metodi per imparare l’italiano vengono subito dopo l’inglese e lo swahili.

Di tutto questo potenziale l’Italia forse non si è ancora accorta, tranne per quanto riguarda le associazioni religiose e volontarie e un paio di centinaia di italiani installatisi in Rwanda. Ma chissà cosa ci porterà il futuro…

Continua…

La lingua d’òc

Non dialetto ma lingua, non sparita ma ben viva, l’Occitano è l’espressione di una cultura, una letteratura, una civilizzazione chiave per la storia della Francia e dell’Europa intera.

Come il francese, l’italiano, il castigliano, il portoghese, il rumeno e il catalano, l’occitano deriva dal latino ed è parlato nel sud della Francia, nel nord Italia e in Catalogna. A sua volta è suddiviso in diverse varietà, come il provenzale e il guascone, o il limosino.

Lingua degli antichi trovatori, ha diffuso la cultura e tessuto legami intellettuali nell’Europa medievale fin dal XII secolo. Portatrice di valori culturali quali la condivisione, il pacifismo e la tolleranza, può arricchire la nostra visione del mondo e della storia, nonché l’apertura verso altre culture.

Ma la vera forza dell’occitano oggi può trovarsi proprio nel bilinguismo, perché chi parla occitano parla anche francese, o spagnolo, o italiano. Grazie al bilinguismo è possibile fare una riflessione metalinguistica e sviluppare precocemente il plurilinguismo, ovvero imparare con più facilità e naturalezza altre lingue straniere, compreso l’inglese.

La famiglia linguistica

Dopo gli ultimi nove mesi trascorsi in Francia, ma a Castres, in terra occitana (regione Midi-Pyrénées), mi è chiaro più che mai il senso della celebre citazione attribuita a Goethe “chi non conosce una lingua straniera non conosce nemmeno la propria”.
Di certo Goethe non voleva offendere nessuno che parli solo la lingua madre, voleva piuttosto esprimere il concetto che chi parla un’altra lingua raggiunge una maggiore consapevolezza anche della propria, per contrasto o complementarietà.

Qui in Occitania ho potuto comparare e “completare” la mia lingua madre, l’italiano, con due lingue cosiddette sorelle: il francese, la lingua d’oil, e l’occitano, la lingua d’oc o antico provenzale. Solo in questa zona geografica e linguistica ho potuto sperimentare dal vivo la praticità di un’interlingua e della famiglia linguistica. Grazie alla parentela, alla vicinanza, tra occitano, italiano, castigliano e catalano tra loro, è possibile risolvere l’atavico problema della torre di Babele: ognuno può parlare la propria lingua ed essere compreso dai parlanti le altre lingue (per non aggiungere i vari dialetti, più o meno prossimi).

Dopo aver lavorato durante questi ultimi mesi in una scuola occitana, la Calandreta Castresa, nel sud della Francia, non ho più bisogno, per fare un esempio, della parafrasi per spiegare e spiegarmi la Divina Commedia. Quando nel primo canto dell’Inferno Virgilio risponde (o meglio racconta di aver risposto) a Beatrice “più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento” è facile capire il vero significato che la parola talento assume qui per Dante Alighieri passando dall’occitano fame, quindi desiderio. Lo stesso vale per l’uso impersonale che Dante fa del verbo tardare (es.: “Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga”, Inferno, Canto IX), che è ancora usato in francese (es.: “il me tarde de partir en vacances”) col significato di sembrare tardi, non vedere l’ora, avere fretta.

Come per incanto l’apprendimento dell’occitano va ad arricchire la mia conoscenza del francese e la comprensione dell’italiano stesso, la lingua quotidiana va ad arricchire quella letteraria, e il tutto avviene in maniera spontanea e naturale, senza confusioni tra le varie lingue della stessa e antica famiglia linguistica.

 

Che cos'è l'occitano?

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Il caffè

Cosa pensi quando pensi all’Italia? Uno dei simboli dell’Italia che viene subito in mente è il caffè, e prima o poi ogni italiano all’estero parlerà del caffè, ogni straniero in Italia citerà la peculiarità italiana del rito del caffè, ogni libro o corso d’italiano affronterà l’argomento caffè.

Proprio questo è successo un paio di settimane fa a Lee Marshall, giornalista britannico italiano d’adozione, poiché da quasi trent’anni vive in Umbria. Del 5 luglio 2012 è il suo articolo per il settimanale “Internazionale” dal titolo “Un cappuccino corretto”, nel quale il giornalista racconta la sua esperienza con il rito del caffè in Italia e all’estero.

Nel suo articolo Marshall parla delle infinite declinazioni del caffè all’italiana e del rispetto per i desideri del cliente nel servirgli un caffè in Italia.

Infatti, ammettiamolo, miscele di caffè di ottima qualità si trovano ormai in tutto il mondo, soprattutto nel sud (pensiamo all’America Latina), come ditte e marchi di qualità non sono riservati solo all’Italia. Anche il rito del caffè pare non essere peculiare solo da noi; ogni buon austriaco, per esempio, è convinto che il caffè sia la bevanda nazionale, simbolo dell’Austria, e l’usanza di passare una o due ore al bar a leggere i giornali consumando un solo caffè sia una delle massime dimostrazioni di libertà e democrazia.

Eppure, fuori dall’Austria, il binomio Italia-caffè è intramontabile, oggi più forte che mai, simbolo di qualità e anche cultura. Solo in Italia non fa stupore se si ordina un caffè che non è presente nel menu, se lo si vuole personalizzato (appunto alto, lungo, corto, macchiato freddo o caldo, espresso o ristretto, corretto o allungato, schiumato o con la cremina, alla tazza o al vetro, ecc.), se non si chiede la marca ma ci si fida del gestore, se se ne trangugiano cinque al giorno di fretta o se se ne assapora uno lentamente in compagnia. Solo in Italia non fa stupore se si lascia un euro in più sul bancone, per pagare (offrire) il caffè al cliente successivo, magari un perfetto sconosciuto.

Perché l’Italia trema

Molti stranieri interessati alla cultura italiana e più in generale all’Italia, così come anche molti italiani, si staranno chiedendo in questi giorni di fine maggio 2012 perché l’Italia trema: è un evento unico per l’Italia? qual è l’entità del pericolo?

Secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia in Italia si verificano dei terremoti praticamente ogni giorno, di magnitudo tra 2 e 3 punti e dalla durata inferiore, in media, ai 30 secondi. Quasi ogni anno sul territorio italiano abbiamo un terremoto di maggiore rilevanza, cioè superiore a 3 punti di magnitudo e di maggior durata. I terremoti più forti in Italia hanno superato 7 punti di magnitudo, qualche minuto di durata e un’area di grande estensione in km. In media l’Italia ha conosciuto quest’ultimo tipo di terremoti quasi ogni secolo, e in alcuni casi più volte nell’arco del medesimo secolo.

Con questo non si vuole dire che l’Italia sia un paese pericoloso; ma solo che, come molte altre zone del mondo quali le isole oceaniche, il Giappone e la costa occidentale degli Stati Uniti, è soggetta a sismi.
Quindi l’Italia trema a causa di movimenti terrestri, a causa della sua conformazione naturale, a causa della sua posizione.

Questi fenomeni fisici sono ben conosciuti dagli scienziati, e già da tempo; è per questo che in Italia ci sono leggi – che purtroppo non sono state sempre rispettate nel corso del tempo, prima per ignoranza, in seguito per corruzione – per costruire case e infrastrutture a prova di sisma. Per le stesse ragioni gli italiani rifiutano da anni di costruire centrali nucleari sul suolo italiano.

Ovviamente non è possibile evitare il verificarsi di fenomeni naturali quali i terremoti. Eppure è possibile ridurne i danni e le vittime se si rispettano le modalità di costruzione antisismiche, se si seguono i piani regolaroti urbani, se non si eccede con gli interventi artificiali sul paesaggio naturale (scavi, trivellamenti, deviazioni del corso dei fiumi, disboscamento, ecc.).

 

Riflettiamo insieme:

- Si verificano terremoti nel tuo paese di origine?
– Ti sei mai trovato in Italia durante un terremoto?
– Credi che l’uomo, grazie alle moderne e avanzate tecnologie, possa controllare gli effetti del terremoto?
– Quali altri tipi di catastrofi naturali conosci?
– Qual è il ruolo degli esseri umani nelle catastrofi naturali?